W Tesla, dagli a Tesla!

Parafrasando un recente post, vorrei tornare su un argomento talvolta divisivo all’interno della comunità del cosiddetto “popolo elettrico”, ovvero l’idiosincrasia per Tesla e indirettamente per il suo patron Elon Musk. Questo aspetto mi era parso sopito, tuttavia esistono ancora alcuni pasdaran che, sebbene cultori della mobilità elettrica fin dalla prima ora, criticano apertamente Tesla per una serie di ragioni che spesso paiono riconducibili ad una battaglia ideologica.

I fatti ci dicono innanzitutto che Tesla non si configura come un semplice costruttore di automobili, bensì come un’azienda che offre un servizio di mobilità elettrica (cosa ben diversa dalla semplice vendita di un veicolo) e più in generale traguarda un modello di transizione verso l’energia rinnovabile, dove il veicolo è elemento centrale ma non esclusivo. Il gruppo comprende infatti anche la realizzazione di una rete di ricarica capillare e affidabile, sia rapida (Supercharger) che lenta (Destination Charging),  la produzione di batterie per sistemi di accumulo stazionario a supporto di impianti a energia rinnovabile, sistemi di tegole fotovoltaiche, per citare i principali.

Rimanendo sul tema del veicolo, questo è pensato con una logica completamente diversa da qualsiasi costruttore tradizionale: si tratta naturalmente di veicoli nativi elettrici e non di goffi adeguamenti di modelli fossili esistenti, basati su un design molto particolare e una funzionalità essenziale, gestiti come dei computer su 4 ruote, continuamente aggiornati con nuove funzionalità, ecc. ecc. Di fronte a questa dirompente innovazione, i costruttori tradizionali non hanno potuto fare altro che mettere in pratica il famoso detto “prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono…”. E’ infatti a mio avviso fuori discussione che i recenti slanci verso la mobilità elettrica da parte di alcuni di essi derivino proprio dalla constatazione dell’effetto dirompente di Tesla sul mercato e dell’enorme interesse suscitato per i propri veicoli. Vedersi sorpassare nelle vendite da quella che sembrava una piccola azienda visionaria californiana ha sicuramente smosso le acque, ma nel frattempo l’enorme ritardo accumulato pare difficilmente colmabile in tempi brevi. E questo ritardo non riguarda, ancora una volta, la sola produzione di veicoli, bensì l’intero ecosistema “servizio di mobilità elettrica”. Insomma, Tesla ha fatto e continuerà a fare ancora per molto la lepre, che tutti si apprestano a inseguire, a beneficio generale dello sviluppo della mobilità elettrica. Ecco, questo specifico aspetto mi sembra forse l’unico sul quale anche i citati pasdaran, concordano obtorto collo.

Un altro aspetto che merita qualche considerazione è la capacità di Tesla di coniugare due elementi centrali nella scelta di un veicolo: la componente razionale e quella emotiva. Sappiamo che le persone possono spaziare da un estremo all’altro. Diciamo da chi, nell’acquisto di un’auto, pesa con un rapporto 90/10 queste due componenti a chi al contrario considera un rapporto 10/90. Ebbene, un veicolo Tesla è in grado di intercettare entrambi questi estremi. Chi è alla ricerca di efficienza, utilizzabilità e funzionalità le trova senza alcun problema, ça va sans dire (la Model 3 è il veicolo più efficiente sul mercato). Chi basa l’acquisto sull’impulso emotivo trova veicoli dal design che non passa inosservato e soprattutto dalle prestazioni estreme. Diciamo che un veicolo come la Nissan Leaf (che personalmente adoro, ndr) difficilmente può suscitare questo genere di sentimento, a partire dal goffo design della prima versione. Questo significa, molto banalmente, che si traghetta all’elettrico una fetta della clientela che mai lo farebbe. Ed è un aspetto non da poco.

Infine l’argomento dei costi: i veicoli Tesla sono solo per ricchi e facoltosi. E’ indubbio che Tesla sia partita con la costruzione di veicoli molto cari, a partire dalla prima Roadster, tuttavia la storia dimostra come ci sia stata una continua diminuzione dei prezzi, sia grazie all’introduzione di nuovi modelli più piccoli (la già citata Model 3), sia su modelli esistenti. Improvvise consistenti riduzioni di prezzo effettuate da un giorno all’altro hanno suscitato non pochi mal di pancia a chi aveva effettuato l’acquisto poco tempo prima. Numerosi confronti hanno dimostrato come i veicoli Tesla risultino spesso più economici di modelli di pari categoria, senza contare i risparmi dovuti ai minori costi di gestione.

Insomma, si convinceranno mai i detrattori a riconsiderare le proprie posizioni? Difficile, ma credo che gli argomenti qua sopra esposti possano fornire un utile contributo alla discussione. Diciamo che, volendo vedere l’altra faccia della medaglia, anche un ridimensionamento dell’approccio dei cosiddetti “Tesla fanboys” aiuterebbe a rimettere il dibattito sui giusti binari.

La mobilità sostenibile post-Covid

Ciclisti e negozi di biciclette letteralmente con le mani nei capelli per la valanga di richieste di nuovi velocipedi e di riparazioni di vecchi catorci recuperati dalle cantine. I modelli a pedalata assistita sembrano trainare la domanda, indicatori di una conversione alle due ruote da parte di chi generalmente non ci andava.

Crollo dei voli aerei. Ancora il 22 giugno, quasi tutto cancellato per Easyjet in partenza da Malpensa. Con l’incremento dello smart working e lo svolgimento da remoto di tante riunioni di lavoro che si svolgevano (inutilmente) in presenza è auspicabile che il volume del traffico aereo non ritorni in fretta ai livelli pre-Covid.

Possibilità per molte persone, grazie alla forte diminuzione degli spostamenti lavorativi, di ricaricare i veicoli elettrici di casa praticamente solo con il sole. Un po’ come raccontato qua.

Il Covid ci sta regalando delle opportunità incredibili di abbattimento dell’impatto nel settore dei trasporti. Tutte da capitalizzare, per quanto possibile.

Riflessioni su quarantena ed ecologia

Ringrazio la Libreria Ragazzi di Imperia per l’opportunità di raccontare le mie riflessioni e sensazioni sull’auspicata transizione ecologica a valle dell’emergenza Covid

Quarantena ed ecologia

Nella situazione che stiamo vivendo abbiamo assistito a tante situazioni drammatiche, dal punto di vista sanitario, economico e sociale. L'unico versante che ha avuto qualche benificio è quello ecologico. Ma la pandemia ha migliorato l'ambiente e l'ecosistema? Ci dà qualche risposta l'Ingegnere Ambientale Mario Grosso, docente al Politecnico di Milano, autore di numerose pubblicazioni nazionali e internazionali, socio fondatore della AIAT (Associazione Ingegneri Ambiente e Territorio) e Vice Presidente di ENEP (European Network of Environmental Professionals), che ringraziamo per la sua disponibilità.

Pubblicato da Libreria Ragazzi su Lunedì 25 maggio 2020

W l’auto elettrica, dagli all’auto elettrica!

Frequentando il mondo della mobilità elettrica in prima persona da quasi sette anni, e in maniera esclusiva da più di tre, devo constatare come questo argomento susciti un enorme interesse, ma anche dei sentimenti estremi, cosa che non mi sembra trovare uguali in altri settori. Provo a farne una breve analisi in questo post, cercando di farlo in maniera più equilibrata possibile.

Ma tu cosa ne pensi dell’auto elettrica?
Innanzitutto mi capita ormai molto raramente che, nei contesti più disparati e parlando di tutt’altri argomenti, non salti fuori dal cilindro la domanda sulla mobilità elettrica. Escludo che in tutte queste situazioni si tratti di persone che conoscono questa mia “seconda vita” (mi occupo prioritariamente di rifiuti, ndr), e dunque che mi vogliano punzecchiare sull’argomento. Penso invece che, poiché si sta parlando in generale del tema della sostenibilità, questa venga dai più (giustamente) associata anche al tema della mobilità.

I talebani, in un senso e nell’altro
La mobilità elettrica è senza dubbio una tecnologia che ben si può descrivere con l’anglofila espressione di “game changer” in quanto, se ben utilizzata, consente di conseguire una serie di importanti benefici rispetto all’alternativa fossile. Benefici che vanno dalla grande efficienza di utilizzo dell’energia, alla possibilità di alimentazione con energia rinnovabile, al potenziale ruolo di supporto/integrazione con la rete elettrica, in definitiva alla possibilità di passare da un sistema sostanzialmente usa e getta (estrazione-combustione-emissione) ad uno molto più circolare (estrazione-riutilizzo-riciclo).
A fronte di questo, numerose persone vedono questa soluzione con adorazione, che si può declinare nelle due varianti: un genuino afflato ambientalista da “salvatori del mondo”, oppure un trasporto squisitamente tecnologico verso qualcosa che, oggettivamente, si presenta molto più prestazionale e innovativo (ed è naturalmente Tesla, su questo aspetto, a fare la parte del leone).
Un’altra parte del mondo ambientalista la giudica invece in maniera fortemente critica, per non dire del tutto negativa, arrivando addirittura a ritenerla peggiore rispetto alla mobilità convenzionale basata sul petrolio, e regalando in questo modo un ottimo assist a tutti i detrattori convenzionali. È soprattutto il caso del mondo ciclistico più integralista, con il quale ho cercato più volte di intavolare un ragionamento costruttivo, ma che, con mio grande rammarico, continua a mantenere sullo stesso piano il tema dell’occupazione di spazio e quello delle emissioni di inquinanti atmosferici. Inquinanti che danneggiano in primo luogo proprio gli stessi ciclisti. Io che sono un ciclista urbano non posso che compiacermi quando avvisto un veicolo elettrico sulla mia strada…

La disponibilità a cambiare le proprie abitudini o i propri comportamenti
È formidabile osservare come le persone che mitizzano l’auto elettrica riescano a tradurre in termini positivi gli inevitabili disagi (o forse meglio chiamarle le limitazioni) di questi veicoli rispetto ai termici. Questo genere di persone affermerà ad esempio che in realtà si perde ancora meno tempo per la “ricarica” rispetto a un veicolo convenzionale, visto che tutte le mattine l’auto è piena e pronta per l’utilizzo giornaliero. Oppure ancora diranno che non esiste alcuna perdita di tempo per la ricarica rapida, visto che si tratta di tempo utilizzato per sfamarsi oppure per gestire impegni di lavoro (mail, telefonate).
Ed è altrettanto incredibile osservare come, viceversa, per altre persone queste apparenti limitazioni vengano ancora oggi percepite come insormontabili, e dunque “L’auto elettrica sarà sicuramente il futuro, ma mancano ancora 10-20 anni”.

E allora, che fare?
Per concludere, possiamo azzardarci a dire che l’auto elettrica è come la plastica: un materiale straordinario, con innumerevoli vantaggi, che però possono essere vanificati se viene utilizzato male. Come ho avuto modo di ribadire in tutti i miei interventi pubblici sull’argomento, l’auto elettrica è un elemento imprescindibile della mobilità sostenibile e della transizione energetica. Ma resta altrettanto imprescindibile la necessità di partire innanzitutto da una forte diminuzione dell’uso dell’auto privata, soprattutto nei contesti urbani. È tuttavia impensabile che si possa mai arrivare ad abolire questo strumento così pervasivo. Chi lo sostiene, se non è in mala fede, è evidentemente fuori dal mondo e non ritiene di dover contribuire in maniera costruttiva ad affrontare il problema. La mobilità privata “residuale” non potrà che essere elettrica. Non domani, oggi! Non fosse altro che perché dobbiamo entrare nell’ottica di lasciare sottoterra i combustibili fossili nel più breve tempo possibile, il tempo sta scadendo. Ma è quantomeno auspicabile che l’utente che passa da un’auto convenzionale ad una elettrica lo faccia perché animato dal giusto afflato “ambientalista”, e dunque sia disposto a cambiare le proprie abitudini, a partire dal proprio modo di guidare. Anche perché un cambiamento di questo genere è sicuramente il più semplice tra tutti quelli che dovremo, volenti o nolenti, affrontare.

L’ultima auto a benzina!

“Per chi ha già una EV o per chi avesse dei dubbi nel passaggio alla mobilità elettrica, questo è un libro assolutamente da leggere…”

“Libro molto ben scritto, spiegazioni semplici e chiare, adatto a chi si interessa di mobilità sostenibile e vuole saperne di più.”

“utile per conoscere la problematica e disfarsi delle numerosissime fake-news e luoghi comuni nel campo!”

Ed eccolo qua, finalmente!

Nonostante il titolo evocativo, il libro non tocca unicamente il tema della mobilità elettrica, ma indugia anche su quella ciclabile e sull’intermodalità, con incursioni sugli impatti ambientali dei trasporti e sul tema energetico.

In un momento storico così incentrato sul dibattito anti-diesel, non è peraltro casuale la scelta del più generico termine “benzina”, visto che sono proprio tutti i combustibili fossili a dover essere pensionati, come già argomentato.

Qua si può dare un’occhiata all’indice del libro. Invece qua è disponibile il video di una breve intervista presso il Festival della Scienza di Genova.

E a proposito di “cambiamento”…

Basta una presa!

Immaginate di soggiornare presso un appartamento di vacanza al mare e che il vostro ospite vi dia la possibilità di fare il pieno di benzina o gasolio all’auto mentre è parcheggiata. Impossibile, a meno che sia un dipendente di una raffineria che si porta a casa tutte le sere una tanica di carburante trafugato…

Tesla SC e DC ad Agosto 2018

Con un’auto elettrica invece la situazione è molto differente. Innanzitutto prima di partire per una nuova destinazione è opportuno verificare la disponibilità di punti di ricarica. Sono numerosi i siti e le app che consentono di farlo, ma naturalmente quando si tratta di postazioni di ricarica pubblica si affronta sempre qualche rischio, come il malfunzionamento o l’occupazione abusiva. Chi si muove con veicoli Tesla ha invece la vita molto più facilitata. Basta verificare di trovarsi a non più di un centinaio di km dal più vicino Supercharger, e già questo è sufficiente per starsene tranquilli. Inoltre esistono i Destination Charger, ancora più capillari, da sfruttare in caso di emergenza.

Dunque nel mio caso specifico non mi sono preoccupato di cercare una sistemazione dotata di ricarica, né di chiederlo preventivamente all’ospite. Ma talvolta succedono cose inaspettate, e nella nostra chiacchierata di benvenuto è venuto fuori il discorso dell’auto elettrica e lui si è subito illuminato, dicendo che già oggi ha una presa Schuko vicino al posto auto e avrebbe l’idea di installare una colonnina in vista della prossima stagione turistica. Mi ha dunque invitato a collegare l’auto, per fare qualche verifica sul tipo di presa, sugli assorbimenti e sui consumi.

Ecco, questa storia insegna che l’utilizzo del vettore elettrico in luogo di quello fossile (liquido o gassoso che sia) apre la strada a tantissime opportunità di ricarica, che possono ampiamente compensare le fisiologica scarsità delle colonnine pubbliche (se confrontare con il numero di distributori di carburanti).

Appunto, basta una presa!

PS: è importante ricordare che l’utilizzo di una presa comune per ricaricare un’auto elettrica può comportare dei rischi, se fatto senza cautele. Nello specifico, i veicoli più avanzati consentono di regolare la potenza assorbita, abbassandola anche fino a soli 5-6 Ampere (che corrispondono a poco più di 1 kW). In alternativa esistono cavi di ricarica che fanno la stessa cosa. In queste condizioni non vi è alcun rischio per l’impianto, e si può anche lasciare in carica tutta la notte, ritrovandosi un discreto riempimento della batteria al mattino

Al capolinea

Stupisce constatare la leggerezza e disinvoltura di chi ancora oggi, nel 2018, si accinge ad acquistare un nuovo veicolo alimentato a combustibili fossili. Non fosse altro che per lo spauracchio di probabili limitazioni sempre più stringenti al loro utilizzo negli anni a venire (non solo all’estero, ma anche a Milano, come dichiarato dal Sindaco Sala).

La tecnologia fossile è ormai giunta al capolinea, come i vari scandali sulle emissioni hanno ampiamente dimostrato, e come argomenterò nel dettaglio nel mio prossimo libro di imminente pubblicazione.

Ma è interessante osservare le strategie di chi da questa situazione ha solo da perdere, ovvero buona parte dei costruttori tradizionali di veicoli, ma anche (e soprattutto) tutta la filiera che ci sta a monte.

Dalli al diesel! Si sarà notato come si tenda a mettere nel mirino unicamente questo tipo di alimentazione, come se da un veicolo a benzina uscissero rose e fiori. Le differenze tra le emissioni dalle diverse tipologie di alimentazione sono tutto sommato modeste, ed inoltre per alcuni inquinanti il diesel emette effettivamente di più, per altri emette di più il benzina. Mettere alla berlina il diesel significa quindi spostare gli acquisti verso la benzina, e dunque continuare a non dare fastidio (o a darne poco) alla filiera petrolifera.

Chi invece cerca di prendere di punta la questione fa osservare (giustamente) come lo spostamento dal diesel al benzina abbia effetti deleteri per quanto riguarda le emissioni di gas serra. Sappiamo infatti che il motore diesel è più efficiente, dunque consuma meno e di conseguenza emette meno CO2.

Fattori di emissione medi da traffico in Lombardia nel 2014 per autoveicoli in aree urbane (Fonte: INEMAR ARPA LOMBARDIA)

Questo conferma ancora una volta come non si tratti di una questione di messa al bando del diesel, ma dei combustibili fossili in generale. Ah, anche il metano è un combustibile fossile, con buona pace di chi pensa di mettersi la coscienza a posto in questo modo…

È complicato

È complicato. È molto complicato. Questo ci ripetono le persone che lavorano in Libano da anni. È vero, è complicato capire fino in fondo le dinamiche di questo Paese che ci è stato descritto come il paese dell’illegalità, dove il terzo figlio maschio è di Hezbollah ovvero diventerà un militare, ma non per una legge dello Stato ma per una molto più forte e radicata, quella sociale. Il Paese dove le famiglie hanno in casa una ragazza scelta a catalogo in agenzia e fatta arrivare dal Sudan, dall’Etiopia o dalle Filippine a seconda dello stato sociale della famiglia, che all’arrivo viene privata di passaporto per due anni e in taluni casi viene trattata alla stregua di una serva tanto che talvolta per disperazione si suicida o scappa finendo in giri di sfruttamento ancora peggiori. Tuttavia è anche il paese di centinaia di volontari che lavorano per associazioni locali che si prodigano a favore degli sfollati e delle vittime di violenza ed emarginazione, per provare a cambiare qualcosa, una goccia nel mare forse, ma il cambiamento comincia anche così.

Dopo due giorni a Tiro partiamo per raggiungere Bekaa una località situata nella valle parallela alla costa tra la prima e la seconda quinta di montagne dietro Beirut. Ripassiamo da Sidone ma nelle vie principali e finalmente scorgo splendide rovine di roccaforti che si protendono in mare. Un pellicano, che pareva una statua tanto era immobile, dritto in piedi su un copertone esausto accanto a un banco del pesce, d’un tratto spalanca l’enorme becco forse a reclamare una razione di pesce. Percorriamo il viale attorniati da ambo i lati dalle bandiere gialle di Hezbollah, perché il sud del paese è quello più povero e di prevalenza sunnita. Poco prima di arrivare a Beirut iniziamo a salire verso il colle che ci porterà nella valle di Bekaa. Queste erano le montagne dove crescevano i cedri, ormai confinati in piccole riserve protette, e tra queste c’è il Sannin, un monte venerato in passato dai libanesi. Queste montagne hanno dato il nome al paese stesso (laban significa latte e richiama il colore delle vette innevate) e per quanto spogliate e scavate per esser depredate delle loro ricchezze, hanno ancora un fascino particolare. Hanno il colore della terra arsa dal sole dove il caldo è secco e il cielo è terso. Mentre saliamo, sotto appare evidente la cappa dell’inquinamento che opprime Beirut. Le case che incontriamo sono coperte di pietra e questo le rende meglio inserite nel paesaggio sebbene non vi sia sicuramente un piano di sviluppo edilizio. Gli edifici non sono ammassati e non si vedono in giro montagne di rifiuti, ma si scorgono in lontananza i fumi dei fuochi delle discariche abusive. Ci fermiamo per una sosta lungo la strada a doppia corsia, dove un uomo in un furgone ci prepara un caffè. Pochi minuti e si riparte. Passato il colle e qualche posto di blocco, iniziamo la rapida discesa verso la valle verdeggiante e in breve arriviamo a destinazione. Il posto è un impianto di separazione del rifiuto, esempio virtuoso e fiore all’occhiello dell’area, forse dell’intero Paese.

Accanto all’impianto ci sono vigneti coltivati dai rifugiati siriani che vivono nei campi profughi adiacenti. Dei siriani bisogna sapere che sono circa 1 milione (ovvero un quarto della popolazione in Libano) e che da otto anni vivono in condizioni disumane in attesa di rientrare in patria. Ci sono persone che, arrivate da bambini, si sono trovate adulte senza aver avuto accesso ad istruzione, cure, servizi di base, lavoro e sono privi di una dignità sociale. I genitori sono privati del loro ruolo genitoriale, inermi nel veder crescere i propri figli senza poter far nulla per garantire loro qualche prospettiva futura, se non quella del miraggio del ritorno, chissà dove e chissà quando.

Facciamo i saluti di rito ed entriamo a visitare l’impianto. Subito ci raccontano qual è la situazione dei rifiuti in Libano: il rifiuto è per lo più indifferenziato, la gente non ha interesse a produrne meno e nemmeno a separarlo, montagne di immondizia vengono gettate in discariche abusive o in mare perché ormai queste sono piene e un po’ dovunque si vedono i fumi dei rifiuti che bruciano. Certamente è necessario iniziare sin da subito una campagna di educazione della popolazione e nelle scuole, attraverso pubblicità, laboratori ed eventi che spieghino come ridurre e separare. Si deve ragionare su leggi che permettano di ridurre gli imballi, prevenire il littering, favorire la nascita di impianti in grado di riciclare i materiali e magari in dieci-quindici anni la situazione sarà davvero migliorata. Intanto però bisogna gestire un’emergenza e non sono sicura che impianti come quello di Bekaa, sebbene un’eccellenza ed esempio di best practices sia la soluzione. Almeno per quello che ho visto.

Camion di rifiuti indifferenziati entrano in un capannone dove riversano il carico che viene prelevato da ruspe e caricato dentro macchinari che rompono i sacchetti, fanno una prima grossolana separazione del materiale e riversano il resto in nastri trasportatori. Manualmente uomini e donne separano i diversi materiali. Il materiale riciclabile viene portato in un piazzale esterno, compattato e rimane in attesa di esser prelevato (se non prende fuoco nel frattempo). La parte non riciclabile viene messa nella discarica adiacente e secondo le migliori pratiche viene ricircolato il percolato per produrre ancora più biogas. Forse, perché su questo punto c’erano dei dubbi.E’ impossibile ritenere tale impianto una soluzione “pulita” per la gestione dei rifiuti dopo esserci entrati. Dopo 40 minuti circa io (e non solo io) non ne potevo davvero più. La sensazione era opprimente, la puzza in alcune zone nauseante (sebbene questo impianto sia tutto sommato ben gestito) e passare la giornata a rovistare nell’immondizia è a mio avviso una condanna. In questo luogo i lavoratori erano siriani, per la maggioranza donne, sebbene i rifugiati non potrebbero lavorare. Il motivo è che nessuno vuole lavorare lì, dove solo la rassegnazione ti può portare. Ed è proprio rassegnazione quella che ho visto in una ragazza che per un attimo ha incrociato il suo sguardo con il mio. Circa il beneficio va detto che solo piccoli volumi di materiale riciclabile riescono ad essere separati, mentre il resto va in discarica a occupare suolo e produrre biogas che attualmente non viene utilizzato. La dispersione nell’ambiente del gas in eccesso causa peraltro un danno importante, essendo tale prodotto ad elevato effetto serra. Guardando dall’alto la coltre delle emissioni degli autoveicoli e delle centrali a petrolio su Beirut (ma forse anche in Pianura Padana) mi chiedo infine quanta preoccupazione in più possa destare un termovalorizzatore la cui emissione si ripercuote peraltro in modo infinitesimale su tutti e non in modo spaventoso solo su pochi emarginati. Chissà se chi preferisce queste tecnologie andrebbe mai a lavorare in questi impianti o manderebbe i propri figli.

Tiro

Lasciamo Beirut alla volta di Tiro. L’aspettativa è alta: descritta da tutti come affascinante e piacevole meta turistica, Tiro è la culla della civiltà fenicia e dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Tiro, Biblo e Sidone tre nomi che mi echeggiano nella testa come una promessa.

Uscire da Beirut non è stato semplice nell’ora di punta. A questo disordine ci si abitua rapidamente però e in breve pare quasi normale, se non sei l’autista ovviamente. Ad un tratto tutto si blocca perché un camion non passava sotto un ponte stradale. Il mezzo si ferma, due uomini salgono a 4-5 m in cima al carico e iniziano a smontarlo per raggiungere l’altezza che permettesse di passare. In qualche modo il fiume in piena di auto adatta la sua traiettoria intorno all’ostacolo e si riprende il moto.

Il paesaggio di periferia è ancora più desolante e povero e i rifiuti sono dovunque. Ancora posti di blocco, militari, filo spinato e si intravedono alcune canne di carri armati parzialmente nascoste dalla vegetazione di un alveo fluviale. La strada ora serpeggia lungo la costa dove i rifiuti vengono gettati in mare perché i comuni non sanno più dove metterli. D’un tratto appare Sidone. Cerco avidamente di scorgere i segni dell’antico splendore, ma nulla,  quello che vedo pare un castello di sabbia preso a calci da un bambino. Rapidamente Sidone passa e io penso: certamente Tiro sarà differente.

Il percorso si snoda in mezzo a distese di bananeti e finalmente raggiungiamo Tiro. Lasciamo i bagagli alla foresteria al decimo piano di un edificio dal quale si scorgono i resti dell’ippodromo romano (ora coperti dai palchi preparati per il festival), le spiagge e in fondo quelli che in Libano chiamano i territori occupati della Palestina, ovvero Israele, un nome che è meglio non pronunciare in pubblico da queste parti.

Alla sera usciamo a fare un giro a Tiro alla spasmodica ricerca della sua identità, quella dei navigatori che fondarono Cartagine. Immediatamente ci troviamo in mezzo al caos delle macchine, dei motorini e delle musiche arabe che escono a tutto volume dai finestrini delle auto di coloro che non vogliono passare inosservati. L’odore di gas di scarico è pungente e a tratti si mescola alla puzza acre dei rifiuti che si decompongono al sole. L’immondizia è un po’ dovunque e i minareti paiono braccia che cercano di elevare il canto della preghiera più in alto, più vicino a Dio, certamente piú lontano dai rifiuti e dal caos.

I palazzi del  lungomare sono belli e moderni ma basta andare poco oltre per trovare case fatiscenti.Sulla spiaggia al tramonto gruppi di donne arabe fumano il narghilè sedute con i loro lunghi abiti adagiati come corolle sulla sabbia e i bambini giocano a rincorrersi con le onde sul bagnasciuga. E finalmente eccola l’antica Tiro. Soffocata alle spalle dalla città impertinente, stava adagiata sulla spiaggia rivolta verso il mare che le aveva dato un tempo ricchezza e prosperità, in un tramonto meravigliosamente immutato da migliaia di anni.

Beirut

Più volte ho sentito i miei figli ripetere la lezione di storia sui fenici: Tiro, Sidone e Biblo erano splendide città dove gli artigiani inventarono la porpora e da cui commercianti e avventurieri partirono a bordo delle navi di cedro, simbolo del Libano, per esplorare il Mediterraneo e fondare grandi colonie come Cartagine.

Finalmente arriva l’occasione di visitare il Libano e pochi giorni fa io e Mario atterriamo a Beirut. Lo spettacolo appare desolante, caotico e contraddittorio. Palazzi crivellati di colpi, fatiscenti e talvolta parzialmente crollati sono tutt’ora abitati e si alternano a edifici moderni e lussuosi. Lungo le vie sono numerose le postazioni militari e il filo spinato corre lungo quasi tutti i muri. Habibi, habibi si ripetono con sorrisi e stringendosi la mano, ma appena salgono in macchina non esistono più regole se non una: è meglio non reagire a nulla perché i più sono armati e potrebbero sparare. I minareti sfilano veloci dal finestrino e il richiamo alla preghiera si diffonde nell’aria tra le croci delle chiese adiacenti alle moschee. Le donne velate con abiti lunghi e scuri muovono un passo affrettato accanto a ragazze in jeans e maglietta che camminano distrattamente mandando messaggi al cellulare. I motorini guidati da bambini seduti davanti ad uno o due adulti, sfrecciano in tutte le direzioni tra le auto clacsonanti. Nessuno ha il casco o la cintura e talvolta negli incroci soffocati dal traffico, ci sono vigili dei quali ci si accorge solo dopo che si è passati: lui si lamenta, l’autista sorride, habibi, habibi… ed è già il turno del trasgressore successivo, senza che nessuno si sia fermato o abbia dato la precedenza.

Beirut appare come una polveriera: innocua senza una scintilla, esplosiva se la inneschi. Un apparente, fragile equilibrio che nessuno osa toccare.